Felidae
Oggi non avevo nulla da fare. Mi capita un po’ troppo spesso, ultimamente, ma stavolta sarei anche giustificato, avendo speso la mattinata mugolando, in posizione semisdraiata, mentre una affascinante dentista indiana mi estraeva pezzi di radice di molare dalla mascella. Cioè sono cose che ti provano, e ci sta che poi uno voglia passare il resto della giornata riscoprendo i piaceri semplici della vita – tipo il gelato alla vaniglia di Waitrose, sputare sangue, e un buon libro.
Tutto sto preambolo era per introdurre questo libro, che ho ripreso in mano proprio oggi. E qui ci sta un momento di commozione, perchè questo libro e io, non per dire, but we go back a long, long way.
Era il 1992, o giù di lì. Ero un giovane nerd la cui vita era scandita da un ciclo di cinque giorni di ibernazione infrasettimanale a Piacenza (dove frequentavo le scuole medie) e due giorni di rianimazione nel weekend, nella ridente cittadina pedemontanappenninica di Bobbio. Non avevo ancora conosciuto l’heavy metal, e della figa avevo solo sentori e premonizioni di quarta mano, in compenso leggevo, molto, un po’ di tutto (e non sarà poi un caso se quei giorni a Bobbio sono un po’ il mio personale Paradiso Perduto).
Anyway.
Era un sabato di settembre (o giù di lì) quando in un angolo di uno scaffale nella sezione ragazzi della biblioteca comunale di Bobbio mi imbattei per l’appunto in questo libro, pubblicato da Mondadori nella collana Giallo Junior.
Ora, premessa all’antefatto: i Gialli Junior Mondadori – salvo rarissime eccezioni – spaccavano montagne di culi: erano storie abbastanza adulte, di autori in genere non troppo sfigati, con belle copertine e rilegature che davano soddisfazione.
Questo “La Società dei Gatti Assassini” (titolo un po’ così, l’originale crucco era Felidae), a firma dello sconosciutissimo Akif Pirincci, mi ispiró immediatamente, ancora prima di leggere il blurb o come cazzo si chiama. Avendo sempre avuto gatti intorno, per antica fissazione familiare, la predisposizione felina al crimine (specie cruento) mi era ben nota. E poi i gatti mi piacevano (piacciono) un sacco. Insomma le due cose si tenevano. E la copertina era figa. E il blurb, o come cazzo si chiama, prometteva.
Così feci il mio prestito, mi portai il libro a casa, detronizzai il cane dal divano e iniziai a leggere. Mi bastarono circa tre pagine per capire due cose. Uno: che chiunque l’avesse selezionato per la pubblicazione in una collana per ragazzi stava male nel cervello. Due: che il romanzo in se era una delle cose piu’ strafigherrime su cui avessi mai posato gli occhi. Lo lessi nel giro di un giorno e mezzo, per poi rileggerlo quasi subito. Alla prima occasione ne comprai una copia. E continuai a rileggerlo con frequenza piu’ o meno semestrale fino ai 18-19 anni, e a intervalli random successivamente Quella copia, per la cronaca, è ancora al posto d’onore su uno scaffale a casa dei miei e lì resterà finchè il Sole non diventa una supernova, o finchè non vado a riprendermela, whichever happens first.
Non che abbia poi bisogno di andarmela a riprendere, peraltro, dato che qua a casa mia ne ho una versione inglese trovata due anni fa al mai troppo lodato Lovejoy’s Bookstore di Old Compton Street – e il libraio ungherese non solo lo conosceva, ma l’aveva pure letto, e amato, e insomma abbiamo speso un buon quarto d’ora a parlarne sentendoci membri di una camarilla di eletti, Grandi Maestri Kosher e Sacri Custodi delle Chiavi del Tempio, e insomma alla fine me l’ha pure dato gratis da quanto era contento, köszönöm szépen, fratello in Francis.
Sulla trama non mi dilungo perchè non amo gli spoiler e poi basta chiedere a Google. In sostanza diciamo che è una storia di serial killer piuttosto efferata, che poi prende una piega vagamente alla I Fiumi di Porpora (ma otto anni prima del film, eh) e tutti i protagonisti sono gatti, antropomorfizzati sì, ma disneyani o kawaii manco per un cazzo. Stile semplice ed efficace, battute a raffica (e ce ne sono un paio che mi riciclo tutt’ora, diciotto anni dopo) e finale dolceamaro, in cui la parte amara vi farà pure venire due lacrimucce, ma se non vi vengono non c’è problema, è per gente come voi che sono stati creati i gulag.
Comfort reading, pura evasione, becero escapismo, insomma una delle piccole dolci cose che rendono la vita migliore. Specie quando la vita ti molla addosso un grigio e ventoso pomeriggio londinese senza null’altro da fare che tastare con la lingua il buco sanguinolento in cui fino a ieri tenevi il molare superiore sinistro.
Trovatelo. E lavatevi i denti due volte al giorno, mi raccomando.
PS ce n’è anche un seguito pubblicato in Italia (discreto, pur senza l’effetto sorpresa di questo) e un’intera serie – cinque o sei romanzi in tutto, credo – se sapete il tedesco.